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Le fonti dell'Islām: il Corano e
la Sunna
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Data la grande confusione e le molte imprecisioni diffusesi recentemente nel dibattito su questo argomento, riteniamo utile, in shā’Allāh,
fornire una documentazione precisa e chiarificatrice sul tema.

Il precetto

Per quanto riguarda l’abbigliamento femminile, le fonti islamiche, cioè il Corano e la Sunna, prescrivono senza alcun dubbio l’obbligo d’indossare il velo.

A questo proposito conviene ricordare che esistono due interpretazioni dei testi: l’una ritiene che la donna possa mostrare il suo viso (anche se giudica meritevole celarlo davanti agli estranei) l’altra afferma che ella debba invece coprirlo. Quindi non si tratta per la credente musulmana che segue quest’ultima interpretazione di una tradizione culturale locale né tanto meno invalsa solo col tempo e a motivo di presunti influssi di altre tradizioni sulla civiltà musulmana, bensì di insegnamenti derivanti dall’Islām.

 

Il Corano esprime chiaramente il precetto di indossare il velo [in particolare nell’āyah 31 della sura 24 (an-Nūr) e nell’āyah 59 della sura 33 (Al-Ahzâb)] usando vari termini tra cui:

1 - Il nome utilizzato per indicare il velo nella sura an Nūr è khumur (plurale di khimār), la cui radice kh-m-r significa “ velare, celare, occultare qualche cosa”.
Nel vocabolario arabo-italiano del Professor Renato Traini, pubblicato dall’Istituto per l’Oriente (Roma 1966-1973), alla voce “khimār” si legge: “Velo che copre il capo e la faccia della donna” e nel celeberrimo Arabic-english Lexicon di Sir. E. Lane: “A woman’s muffler, or veil, with which she covers her head and the lower part of her face, leaving exposed only the eyes …”, ossia scialle o velo con cui le donne si coprono il capo e la parte inferiore del viso, lasciando scoperti solo gli occhi.

2 - Nella sura Al-Ahzâb il termine è jalābīb (plurale di jilbāb), la cui radice quadrilittera significa “indossare, essere rivestito di qualche cosa”.
Nel vocabolario arabo-italiano sovracitato, alla voce “Jilbāb” si legge: “indumento femminile” e in quello di Sir. E. Lane leggiamo: “A shirt [...] that envelopes the whole body”, ossia indumento che ricopre l’intero corpo [secondo i commentari del Corano (tafāsīr) ivi incluso il capo e per molti sapienti anche il viso].

3 - La parola  hijâb, che appare in varie sure del Corano (anche se in modo meno specifico) deriva dal termine hajaba, che significa “sottrarre alla vista, nascondere” Ogni cosa che “nasconde” è un hijâb, poiché impedisce di vedere. L’hijâb è anche una barriera che impedisce a due cose di toccarsi.
Nel Corano, il termine hijâb appare in sette āyāt (versetti, let. segni), quasi sempre con il significato di “barriera” che divide in senso spirituale. I giuristi Musulmani designano col termine generico “hijâb” tutto ciò che dissimula o copre il corpo della donna al fine di preservarne il pudore. Hijâb è dunque il termine comunemente più utilizzato per designare il “velo” della donna musulmana, anche se nel Corano altri due termini (khimār e jilbāb) lo definiscono in modo più preciso specificando come esso debba coprire il capo della credente e per molti anche il volto.

Nel loro insieme tali termini, nell’arabo coranico indicano il velo o comunque un indumento con cui la donna si copre il capo. Essi si prestano a due interpretazioni attestatesi tra i dotti e i sapienti: alcuni credono che implichino anche la copertura del viso, altri no. Per esempio, nei commentari del Corano (tafāsīr), negli ahādīth della Sunna  e nei trattati di giurisprudenza islamica, redatti dai fuqahā’, ossia dai giurisperiti islamici, è abbondantemente utilizzato un altro termine, niqāb, per designare il fatto che il velo implichi anche la copertura del viso (quale interpretazione del precetto divino).

Quando su una questione secondaria come questa esistono due interpretazioni emesse da sapienti autorizzati, bisogna rispettarle entrambe, senza mettersi reciprocamente in difficoltà. Inoltre nessun sapiente ha mai proibito di coprirsi il viso né lo ha mai dichiarato illegittimo.

Chi sostiene cose differenti, come chi nega il precetto islamico del velo, è in malafede o è ignorante poiché nega un fatto attestato nelle fonti islamiche. Invitiamo queste persone a smettere di inquinare il credo islamico dando informazioni palesemente infondate. Esse non hanno né l’autorità né le conoscenze per farlo.

L’adesione a questo precetto deriva da una convinzione di fede intima che tutti dobbiamo rispettare. Il precetto è divino, essendo il Corano la parola di Allāh rivelata al Profeta Muhammad A tramite l’arcangelo Gabriele (che la pace di Dio sia su di lui), quindi l’adesione deve essere spontanea e finalizzata solo a Lui, e non a compiacere gli uomini. Ogni credente è la sola responsabile davanti a Dio della sua scelta, nessuno ha il diritto di giudicarla, diffamarla o costringerla in un senso o nell’altro.
Ognuno ha il diritto di credere o di non credere e come dice la sura 2 (nell’āyah 256 ), “Lā ikrāha fī-d-dīn”, ossia non c’è costrizione nella religione. Ma nessuno ha il diritto di attribuire a Dio ciò che Egli non ha ordinato o di dichiarare illecito quello che Egli ha reso lecito, se non perfino obbligatorio, o di negare qualcosa che è detto espressamente dal Corano, qualunque sia lo scopo per cui lo fa. Nessuno può permettersi di prendere alla leggera ciò che Dio ha dichiarato sacro. Nessuno si deve permettere di ridicolizzare, negare o denigrare ciò che è sacro e caro a Dio e ostacolare chi vuole sottomettersi a Lui. Dio è il Garante della Sua Legge ed è a Lui che ciascuno deve render conto.

Come ci insegna il Suo ultimo Inviato e Profeta Muhammad A, se qualcuno viene a conoscenza di un munkar (una cosa sbagliata, biasimevole o una negazione o alterazione della verità) deve intervenire per denunciare almeno l’errore e fare in modo che si distingua il vero dal falso. Il Profeta 6 disse:
“Chi fra di voi vede un munkar, lo corregga (letteralmente “lo cambi”) di sua mano. Se non può, con la lingua. Se non può, con il cuore. Questo è il minimo della fede”.
(Hadīth riportato da al-Bukhārī)

Dichiarazione di legittimità islamica del niqāb

Riguardo all’abbigliamento della donna musulmana, le fonti dell’Islâm, il Corano e la Sunna, comportano molto chiaramente l’obbligo di portare il velo. A questo proposito conviene ricordare che esistono due interpretazioni dei testi: l’una ritiene che la donna possa mostrare il suo viso, l’altra afferma che ella debba al contrario coprirlo. Non si tratta, quindi, di una tradizione culturale locale, bensì di insegnamenti derivanti dall’Islâm.
Oggi, un’ampia polemica è in atto attorno a questa seconda interpretazione, qualificata di estremista e integralista. Tuttavia, nel mondo musulmano, dai primi tempi dell’Islâm, e fino ai nostri giorni, delle donne hanno applicato questi precetti senza che la loro fondatezza fosse messa in dubbio dai sapienti più autorevoli. A questo titolo, è il caso di fare le seguenti osservazioni:
Innanzitutto, occorre assolutamente mettere da parte certe “fatâwâ” (opinioni giuridiche) dei sapienti che sono condizionati dal potere. Le dichiarazioni dello Shaykh At-Tantawi sul niqâb non sono accettabili.
Secondariamente, l’opinione di
quelle donne e quegli uomini che si esprimono in nome dell’Islâm senza disporre delle referenze e delle conoscenze sufficienti non può servire in alcun caso da argomento in questo dibattito. L’origine musulmana di una deputata al Parlamento Italiano non ne fa la portavoce delle donne musulmane che desiderano semplicemente praticare la loro religione secondo le loro convinzioni.
In terzo luogo, infine, in uno Stato di diritto e secondo i principi della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, un essere umano, fosse anche musulmano, dovrebbe avere la possibilità di vivere la sua fede in tutta libertà.
Alcune femministe incorrono in una contraddizione evidente quando si accaniscono contro il codice di abbigliamento della musulmana praticante e rispettosa delle ingiunzioni coraniche. Il loro discorso consiste nel dire alla musulmana: “Tu sei libera di essere libera a modo mio!”.


Che Allâh benedica gli sforzi di tutte le donne e gli uomini che senza ipocrisia rivendicano che ciascuno possa nel reciproco rispetto, beneficiare della propria libertà.



Hani Ramadan
Direttore del centro islamico di Ginevra


Il velo islamico è ormai diventato simbolo del dominio maschile e dell’ideologia patriarcale.

Pregiudizi, equivoci ed incomprensioni hanno continuano a diffondersi a causa dell’ignoranza che regna in questo campo, di parallelismi assolutamente riduttivi fra fatti che non hanno alcun legame fra loro e della mediatizzazione di singoli casi di cronaca che certo non possono rendere conto della realtà dell’Islam e dei suoi fedeli e che, anzi, spesso sono del tutto estranei ai valori su cui esso si fonda.

In realtà invece:

Il velo è adorazione di Dio e sottomissione a Lui solo; la donna, nel portarlo, rifiuta ogni altra forma di sottomissione, non solo ad altre divinità, ma anche ad altri esseri umani e ad altre scale di valori, quali quella della società attuale, che la giudica quasi esclusivamente in base al suo aspetto esteriore.
Ecco allora che il velo, quale libera scelta della credente musulmana, può divenire per lei un mezzo di emancipazione e di affermazione della propria identità.

Si tratta di un significato troppo spesso taciuto che merita davvero di essere menzionato per poter guardare queste donne liberi da pregiudizi e condizionamenti, con occhi più consapevoli dei loro valori e delle loro motivazioni.

Se non lo facciamo, allora siamo noi a volerle dominare parlando in loro vece e privandole quindi di voce e volontà autonome.


La Legittimità Religiosa e Giuridica del niqāb

Le dichiarazioni di Tantawi e la loro ritrattazione alla luce del dibattito da esse suscitato

La posizione del Papa (Benedetto XVI) tratta dal suo ultimo libro-intervista


Dichiarazione di alcuni centri e associazioni islamiche d'Italia

 

Infondatezza dei matrimoni forzati nell'Islām